A PROPOSITO DI DAVIS - Giuseppe Mauro per IntervallaInsaniae.it

La ballata del (nostro) povero Llewyn
 
Nella storia del cinema, soprattutto in quello contemporaneo, la figura del perdente cronico, il loser, è ormai diventato un modo unico e irrinunciabile, soprattutto per gli americani, per raccontare grandi storie sul grande schermo. Diversi sono stati i registi che ci hanno mostrato le avventure di questi inguaribili inetti e ce li hanno presentati in vari modi, ma sicuramente i fratelli Joel e Ethan Coen hanno dato il ritmo giusto al loro racconto. Dopo la parentesi western de Il grinta, il “regista a due teste”, vincitori di ben 4 premi Oscar e autori di film memorabili come 'Fargo', 'Il grande Lebowski', 'Fratello dove sei?' e 'Non è un paese per vecchi', ritornano al cinema con 'A proposito di Davis', una storia piena di umorismo esistenziale e musica folk premiato con il Grand Prix della Giuria a Cannes nel 2013 e ingiustamente povero di nomination (solo 2: Miglior Fotografia e Miglior Sonoro) agli Oscar 2014.
Ambientato nella New York del Greenwich Village nei mitici anni Sessanta, assistiamo accompagnati da una bellissima fotografia d'annata, alle peripezie quotidiane di Llewyn Davis (ben interpretato da Oscar Isaac), un folksinger barbuto e talentuoso alla ricerca costante del bandolo di quella matassa aggrovigliata che è la sua vita, sempre in equilibrio precario, perennemente teso verso l'agognato successo, ma che ogni volta gli sfugge per un soffio, un maledettissimo soffio. Prendendo come spunto la vera storia di Dave Van Ronk, simbolo proprio di quel Village ma rimasto sempre nell'ombra del più celeberrimo Bob Dylan, i Coen ne traggono a piene mani per creare una narrazione, accompagnata da una delle colonne sonore più belle di quest'anno, dalla struttura circolare e dall'andamento di uno struggente disco in vinile. E' facile entrare in empatia col povero Llewyn, testardo nel non accettare i segni evidenti che il Destino gli sbatte sul muso, mentre insegue la chimera del successo e fallito quindi non solo per le circostanze che gli si presentano, ma anche per sua stessa colpa, incarnazione universale di un perdente, per destino e per scelta, nel quale, nel bene e nel male, nei suoi sogni e nelle sue inettitudini, ci riconosciamo alla fine un po' tutti. E forse può anche essere un'Odissea nostalgica, dove alla fine Ulisse (come il gatto, quasi un doppio del protagonista) Davis, nonostante tutte le sue “tempeste”, ritorna sempre alla sua amata Itaca, il Village luogo degli affetti e dei sogni a sei corde.O può suggerire a chi si lascia consumare dalla smania del successo e dal proprio narcisismo, che il senso dell'esistenza è la strada non la meta.
Insomma, A proposito di Davis, un piccolo gioiello, una delle migliori regie dei Coen negli ultimi anni, grazie ad una stupenda soundtrack che è metafora dello stupore che la Vita ci riserva quando meno ce lo aspettiamo, salva (per nostra fortuna) dall'oblio lo sfortunato Llewyn Davis/Dave Van Ronk e si candida al titolo di cult movie con questa iconica frase :“Se non è mai stata nuova, e non invecchia mai, allora è una canzone folk.” Evergreen come la normale parabola dei sogni che svaniscono.
 
Voto: 8.5
 
CONSIGLI:
 
A serious man (2009), un'altra storia di un perdente targata fratelli Coen, e Io non sono qui (2007) il documentario sul grande pilastro del Greenwich Village Bob Dylan.

 

A PROPOSITO DI DAVIS - Giuseppe Mauro per IntervallaInsaniae.it

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